Che la sanità in Campania (salvo poche eccezioni) sia un disastro è sotto gli occhi di tutti, come sotto gli occhi di tutti è l’incessante declino del nosocomio di Nocera Inferiore, un tempo fiore all’occhiello delle strutture sanitarie, lasciato in balia delle criticità che lo attanagliano senza che nessuno provi a cambiare questo stato di cose.
Poiché sembrano vane le parole spese per accendere i riflettori su questo delicato problema, provo a scuotere le coscienze e a sollecitare l’attenzione e l’intervento di coloro che potrebbero fare qualcosa ma continuano ostinatamente solo a guardare, facendo conoscere la testimonianza di un utente, del cui racconto ho appurato la veridicità, che, suo malgrado, ha dovuto fare ricorso, per una persona cara, alle cure dei sanitari del locale ospedale nocerino, poco più di un mese fa.
“5 giorni!! Questo l’arco di tempo che ha circoscritto l’inizio della fine di una vita umana.
Questo il lasso di tempo per vivere la malasanità.
La malcapitata è stata trattenuta la prima sera al pronto soccorso perché non c’era posto in reparto. L’abbiamo lasciata dopo la mezzanotte. Le ho lasciato una bottiglietta d’acqua sulla barella, raccomandondole di berla e di chiamare qualcuno per farsi aiutare se avesse avuto bisogno.
Il giorno dopo, ci sono volute 3 ore per avere sue notizie allo sportello del pronto soccorso, perché non si capiva – l’infermiere era occupato a rispondere al cellulare – se fosse ancora al pronto soccorso o fosse stata portata in un reparto, che nessuno conosceva.
Finalmente quando ho fatto capire che avevo la voce per farmi sentire, svestendomi di educazione e signorilità, mi hanno fatto entrare e la vedo sempre sulla barella, con il capo chino e con le labbra secche, allibita le chiedo: “come stai? non hai bevuto?”
Lei mi guarda e mi dice che nessuno l’ha aiutata. Allora le scopro le gambe da una coperta, che probabilmente non veniva lavata da anni, e mi accorgo che ha addosso un pannolone tutto rotto.
Ancora una volta faccio capire che ho voce per farmi sentire, per far sentire, mio tramite, la voce di chi non ha più voce, perché devastata dalla malattia, e quando mi giro e mi rivolgo a tutti i presenti: medici, infermieri, OSS e guardia giurata, tutti mi guardano senza proferire parola.
La dignità di una persona calpestata all’inverosimile: assetata, chinata e con un pannolone tutto rotto e sporco.
Viene, quindi, portata in un reparto.
Qui, se possibile, è stato ancora peggio del pronto soccorso, perché se la prima avventura si era in un luogo ove si affrontano situazioni di emergenza di vario genere e gravità, quindi il caos lo si potrebbe addirittura comprendere, nella seconda eravamo, finalmente in un reparto, ma evidentemente solo sulla “piantina” occorsa per costruire l’ospedale.
La malcapitata è stata ricoverata senza piaghe.
Nell’arco di tempo di 5 interminabili giorni ha prodotto 2 piaghe di primo grado.
Allocata in una stanza munita di bagno, ma senza acqua dal rubinetto, per cui i degenti dovevano essere lavati con le salviettine umidificate. Personale OSS con la divisa che riportava la sigla di un sindacato. Infermieri sull’orlo di una crisi di esaurimento e di riluttanza. Scocciati all’inverosimile! Insomma ricoverata in un posto ove la gentilezza era stata dimenticata tra una siringa e una compressa.
Nel porre, sempre con garbo, le domande, bisognava avere attenzione a non suscitare la suscettibilità del personale.
Nessuno l’ha mai messa in una posizione posturale diversa da quella che aveva quando l’hanno portata in stanza e solo la sera, per il tempo di un’ora, riuscivamo a farla sedere su sua insistenza.
Per tutto il tempo che è stata ricoverata le è stato messo il pasto davanti, ma nessuno l’ha mai aiutata a mangiare: “Signora, non ha mangiato!” si affrettavano a dirmi.
E per forza, replico io, chi doveva aiutarla e incentivarla aveva di che chiacchierare altrove.
Una sera ho lasciato il cambio della biancheria intima sul comodino.
Il giorno dopo faccio notare che non era stata cambiata e per tutta risposta il personale OSS si è recato in stanza e senza nessun riguardo le ha tolto, in un solo colpo, canottiera e maglia del pigiama e per poco non le hanno tolto anche il picc.
Straziata e impaurita si è lasciata andare ad un pianto di mortificazione: mi ha guardata e mi ha detto “portami via di qua, io non sono un animale!”.
Faccio presente agli OSS che avrebbero dovuto avere garbo e la caposala mi guarda e mi dice: “siamo a corto di personale”.
Mi reco dai medici durante l’ora di ricevimento per avere notizie, ma nessuno mi dice che la dottoressa che l’ha in carico è nella sua stanza.
Chiedo più volte ad ognuno che esce, ma ognuno mi dice una versione diversa: la dottoressa è giù, è su, è in corridoio, è in bagno, non è venuta.
Quando un’anima buona mi dice: “la dottoressa è in reparto, nella sua stanza”, ho dovuto assistere alle urla di un infermiere che rimproverava questa persona, perché aveva detto la verità e lei non poteva alzarsi in continuazione a vedere chi fosse alla porta.
Questa è la mia terrificante esperienza nell’ospedale di Nocera Inferiore.
Questa è la sanità al sud.
Questi siamo noi.
5 giorni, l’inizio della fine di una persona cara che non c’è più, non so se per via del peggioramento avuto durante il ricovero o per altro.
Quello però che è certo, è che la malcapitata ha vissuto una settimana di mortificazione, di solitudine, di pianti che nessuno ha ascoltato, di assistenza sanitaria che poco ha a che fare con l’attenzione e la cura per il malato.
Come tanti ammalati è stata abbandonata a sé stessa, tanto a 75 anni non serviva più.
In tanto dolore un raggio di sole è stato l’incontro con la dottoressa M. D., donna e professionista dal grande spessore umano.”.
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